Un grido d’allarme per il Lago Chad, il grande bacino d’acqua del Sahel incastonato nel deserto dell’Africa centrale. Senza interventi rapidi in pochi anni il più grande sistema idrografico del continente sarà inghiottito dalla sabbia e scomparirà per sempre, mettendo a repentaglio la vita di 40 milioni di persone: pescatori, contadini, allevatori e gente dei villaggi che vivono attorno alle sponde di questa distesa d’acqua dolce al confine tra Chad, Camerun, Nigeria e Niger. Un rifugio di importanza mondiale per la biodiversità, danneggiato dal calo delle piogge legato al cambiamento climatico ma anche dallo sfruttamento incontrollato delle sue acque. Il risultato è drammatico: negli ultimi 50 anni il lago ha perso il 90 per cento della sua superficie: occupava 25mila km2 nel 1960, ora durante la stagione delle piogge non arriva ai 2500.
I pesci muoiono e la sabbia soppianta i pascoli.
Le risorse scarseggiano, la lotta per accaparrarsele si inasprisce, la
diffusa povertà crea l’habitat ideale per gli estremisti islamici del
posto, i Boko Haram, che con il rapimento dei due sacerdoti italiani
vicino all’area del bacino, hanno “sconfinato” in un Paese finora al
riparo dalle loro incursioni. “Si sta consumando una catastrofe
ecologica e umanitaria destinata a impattare su tutta l’area
subsahariana e non solo: se non salviamo il lago rischiamo di sparire
tutti” ha avvertito il presidente del Niger, Issoufou Mahamadou, uno dei
leader africani intervenuti ieri a Rimini alla conferenza dei
finanziatori del piano d’investimento quinquennale preparato dai quattro
Paesi lambiti dal lago più Libia e Centrafrica, riuniti nella
Commissione del Bacino del Lago Ciad (Lcbc). Una piattaforma di
salvataggio articolata in 14 progetti e 60 azioni, sostenuta dalla
Fondazione per la collaborazione tra i popoli di Romano Prodi.

Nessun commento:
Posta un commento